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mercoledì 19 giugno 2013

Il cemento degli antichi romani: Pantheon e Colosseo

Dall'antica Roma un segreto per costruire:
"Il cemento del passato meglio dell'attuale"


La mistura di cenere vulcanica e calce produceva un impasto molto più solido e sostenibile di quello impiegato da duecento anni a oggi. Una pratica che incide per il 7% sulle emissioni di diossido di carbonio a livello mondiale
ROMA - "In secula seculorum", nei secoli dei secoli. E così sia: una volta costruito un edificio, nell'antica Roma, ce ne si poteva dimenticare. Eccetto terremoti imprevedibili, tutti avevano la certezza che non sarebbe mai crollato. Perché l'impasto cementizio utilizzato ai tempi dell'Impero era meglio di quello che sappiamo fare oggi. Più resistente sì, ma anche più sostenibile dal punto di vista ambientale.

Per capirlo basta guardare le rovine romane ancora in piedi dopo oltre duemila anni. E a metterlo nero su bianco è uno studio di una squadra internazionale di scienziati, e potrebbe aiutare chi costruisce a farlo da qui in poi in maniera migliore. Gli scienziati e gli ingegneri hanno notato la resistenza all'erosione e all'acqua del cemento romano impiegato nella costruzione di porti, ancora pefettamente conservato in molti casi. L'ingegnere Marie Jackson dell'Università della California a Berkley fa i numeri: "Rispetto a quello romano, il cemento di Portland, quello che usiamo comunemente da 200 anni, in queste condizioni non durerebbe più di mezzo secolo prima di iniziare a erodersi".

Per capire le proprietà del cemento romano, l'equipe ha analizzato tra l'Europa e gli Usa un campione estratto dal porto romano della baia di Pozzuoli, a Napoli. Il segreto è nell'utilizzo di particolari minerali, tra cui roccia vulcanica e calce, che a contatto con l'acqua rendevano il cemento particolarmente solido. E che per essere prodotto, non aveva bisogno
di una dispersione di diossido di carbonio nell'atmosfera pari al 7% del totale, come accade oggi. Il connubio calce-cenere vulcanica non c'è nel cemento di Portland. E quindi "dopo qualche anno inizia a fratturarsi, al contrario di quello romano", spiega ancora Jackson. Impiegare oggi quelle tecniche di costruzione è una sfida per tutta l'industria. Ma si avrebbe quindi poi accesso a un materiale più solido ed ecologico da produrre. Accanto alle altre soluzioni sostenibili per l'ambiente a cui oggi l'umanità ha accesso, ora c'è un'altra risposta che viene dal passato remoto.

Che cosa c'è nel cemento dei romani che mantiene il Pantheon e il Colosseo ancora in piedi?
I Romani iniziarono a fare calcestruzzo (pietra artificiale) più di 2.000 anni fa, ma non usavano un cemento come quello che usiamo noi oggi. Avevano una formula diversa, che ha comportato una sostanza che non era forte come il prodotto moderno. Eppure strutture come il Pantheon e il Colosseo sono sopravvissute per secoli, spesso con poca o nessuna manutenzione. Geologi, archeologi e ingegneri stanno studiando le proprietà del calcestruzzo degli antichi romani per risolvere il mistero della sua longevità.

martedì 18 giugno 2013

Dolianova: Archeologia sotto le stelle al museo dell'olio.

 Archeologia sotto le stelle.



L'Associazione Culturale del Parteolla, con il patrocinio del Museo della tradizione olearia e del Comune di Dolianova, organizza una rassegna culturale estiva dedicata alla storia antica della Sardegna, intitolata "Archeologia sotto le stelle".
I primi 4 appuntamenti si svolgeranno nella sala conferenze del museo dell'Olio, in Viale Europa 18 a Dolianova, ogni sabato sera alle 19.00 a partire dal 22 Giugno 2013.
Relatore sarà lo scrittore Pierluigi Montalbano che, con l'ausilio di immagini e video, racconterà le vicende che caratterizzarono la Sardegna dal Neolitico alla Civiltà Nuragica. 

Il primo appuntamento sarà interamente dedicato alle architetture preistoriche: domus de janas, dolmen, tombe di giganti e nuraghi. Saranno illustrate l'evoluzione delle tipologie funerarie, la funzione dei nuraghi a corridoio con la disposizione a coronamento delle vallate, l'utilizzo dei nuraghi come mercati comunitari dove avveniva la redistribuzione delle risorse.

L'ingresso è libero.


Al termine delle serate sarà proposto un ricco menù al museo al costo di 10 Euro.

22 Giugno - Architetture: Domus de Janas, Tombe di Giganti e nuraghi
29 Giugno - Arte e ceramiche: dal Neolitico al Nuragico
6 Luglio - Sculture: Bronzetti nuragici e Giganti di Monte Prama
13 Luglio - Gesta: Miti, eroi e naviganti

https://www.facebook.com/events/469789016444429/




La location dell’evento sarà il museo della tradizione olearia di Dolianova.
Il museo:
Ha sede nella villa tardo-seicentesca della famiglia Boyl, che vi realizzò un frantoio. Ai primi del '900 il notaio Francesco Locci acquistò l'edificio, intraprendendo la produzione dell'olio in proprio e l'attività di molitura per conto terzi. Il museo è dedicato alla tradizione olearia, molto radicata nel territorio del Parteolla. L'esposizione illustra l'intero ciclo oleario: olivicoltura (attrezzi per la coltivazione e la potatura; contenitori graduati per la misurazione delle olive da avviare alla molitura: "su moi", "sa mesuredda", "sa mesura", "sa quarra"), alla frangitura delle olive (frantoio a trazione animale), estrazione del mosto oleoso (pressa per la spremitura dei fiscoli), separazione dell'olio dall'acqua, conservazione dell'olio (dall'anfora romana fino ai più moderni contenitori in lamiera zincata). Una sezione è dedicata alla documentazione sulla produzione dell'olio e conserva i registri dell'Oleificio Locci. Una cisterna sotterranea espone una settantina di lucerne a olio di varia provenienza ed età, utilizzate a scopi di illuminazione e religiosi: cananee, ellenistiche, romane, sabbatiche, islamiche, sarde, "fiorentine". Considerevole la raccolta di contenitori graduati, utilizzati al posto della bilancia per la misurazione delle olive da avviare alla molitura, primo sistema di frangitura delle olive immutato per millenni.


lunedì 17 giugno 2013

Nave in terracotta del III Millennio a.C.

Nave in terracotta del III Millennio a.C.
di Massimo Vidale, Department of Archaeology University of Padua


Descrizione generale
La parte portante del modello in terracotta - lo scafo, incluse le fiancate - è realizzata in una terracotta di color rosso-arancio, cotta in modo uniforme, rivestita di una spessa ingabbiatura rossa dipinta in nero, prima della cottura. I disegni sono un assortimento di motivi geometrici, vegetali e animali. La superficie interna, sotto la base, è priva di ingubbiatura, e appare grossolana e cosparsa delle impronte di uno spesso tritume di paglia. L’oggetto è pressoché integro, con l’eccezione delle punte di entrambe le corna taurine, che risultano restaurate e incollate con un adesivo opaco di colour bruno chiaro. Escludendo la testa bovina, il modello contiene 15 figurine in terracotta in vesti e pose diverse, che sembrano muoversi insieme, a bordo del loro veicolo . E’ difficile stabilire se si tratti di un’imbarcazione, come suggeriscono le prime impressioni, oppure di un carro di grandi dimensioni. Le 15 figurine antropomorfe in terracotta sono ripartite in una scena di gruppo, che ricorda un momento di una cerimonia o processione formale. Mentre il veicolo risulta ingubbiato e dipinto in nero prima della cottura, le figurine mostrano residui di colori vivaci come rosso, giallo, arancio e un nero bluastro, quasi certamente applicati a freddo, dopo la cottura.
La parte più visibile e prominente del modello è una prua a forma di possente testa bovina. Sembra che l’intero veicolo fosse immaginato come il corpo di un toro colossale e soprannaturale, come dimostrato dalle quattro corte zampe, terminanti in zoccoli bipartite, innaturalmente ripiegate ai lati dello scafo. La sua posizione – le zampe anteriori piegate all’indietro, quelle posteriori in avanti – corrisponde in principio, se non nella resa estetica, alle convenzioni formali della piccola-media statuaria in pietra della seconda metà del 3˚ millennio a.C. nella valle dell’Indo, nel Balochistan e nel Golfo Persico (si pensi in particolare alle statue di ariete similmente stilizzate: cfr. Allchin, 1993). Il modello è coperto, nelle sue diverse parti, da diversi disegni, che saranno commentati parte per parte.

A poppa, la barca è occupata da una cabina, con una copertura a volta simile alle coperture in tessuto delle carrozze del XIX secolo. Questa volta protegge la figurina in terracotta di una signora, seduta su un trono, che è indubbiamente protagonista della rappresentazione. La volta della cabina, aperta sul retro, si conclude in una specie di maniglia verticale, dipinta in nero su rosso, e fortemente annerita, che reca i segni di una prolungata o intense manipolazione prima del seppellimento. L’oggetto veniva indubbiamente sorretto dalla base, nella parte anteriore, con una mano, mentre l’altra impugnava dal retro questa presa. Sotto la volta, la figura femminile dominante, sensibilmente più grande delle altre figurine antropomorfe, siede in trono posando entrambi i piedi su uno sgabello cubico.


domenica 16 giugno 2013

Seneca e il banchetto in antichità, rito di opulenza

Seneca e il banchetto in antichità, rito di opulenza.

A metà del I sec. d.C., Seneca si lamentava delle sofisticate abitudini gastronomiche dei suoi contemporanei: “Convogliano da ogni parte tutti i cibi noti al palato più esigente; si trasporta dall’Oceano, ai confini del mondo, ciò che lo stomaco guastato dalle raffinatezze lascia appena entrare: vomitano per mangiare, mangiano per vomitare, e non si danno neppure la pena di digerire le pietanze reperite in ogni angolo della terra”.
Non è il caso di soffermarsi sul fatto che Seneca esagerasse o criticasse ciò che lui stesso ben conosceva, dal momento che godeva di una posizione privilegiata alla corte di Nerone, ma piuttosto sul suo modo di evidenziare che i Romani potevano avere sulle loro tavole cibo sufficiente per sfamare tutto l’Impero, e ne approfittavano fino a sprecarlo in modo capriccioso, come se ne fossero signori e padroni. Questa citazione dimostra inoltre che la tavola romana divenne una testimonianza molto eloquente della condizione economica e del circolo sociale a cui apparteneva l’anfitrione.
Una colazione (ientaculum) frettolosa e un pranzo (prandium) più consistente, ma senza formalismi, trasformavano la cena (coena), l’ultimo pasto della giornata, nel momento più rilassato e più facilmente condivisibile e godibile in amicizia.
Si cenava al tramonto, dopo il ritorno dalle terme, e si continuava finchè diventava notte e anche oltre. In uno dei suoi scritti filosofici, Cicerone ricorda che i Greci definivano questo pasto symposio (“bere insieme”) e mettevano, quindi, l’accento sul dato materiale del cibo e del vino, mentre i Latini lo chiamavano convivium, perché l’aspetto fondamentale della cena era la socialità tra i commensali, l’atto di riunirsi per mangiare insieme, condividendo le pietanze e chiacchierando. Questa gradevole visione della convivialità comunicava un egualitarismo molto lontano dalla realtà, sebbene l’aspetto della condivisione fosse senz’altro alla base dell’istituzione della cena. Le numerose allusioni di Marziale o Giovenale a chi cercava di strappare un invito a cena lascerebbero pensare che i banchetti nell’alta società o nelle classi abbienti fossero una pratica frequente per rinnovare clientele e amicizie. Le più acide penne di Roma si dedicarono a denunciare con sarcasmo gli sfacciati che, spinti dalla fame, si facevano trovare nel Foro, ai portici o alle terme e, mostrandosi ossequiosi, simpatici e solleciti con i notabili, speravano di guadagnare un invito a cena per la sera. Erano clienti o semplici parassiti, come quelli che apparivano nelle commedie scritte da Plauto all’inizio del II se. a.C.
Con le cene e le mance si compravano i voti e i favori di parenti e cittadini (i clienti) che avrebbero poi accompagnato senatori e patrizi nei cortei al seguito della loro lettiga, portata dagli schiavi attraverso le strade di Roma fino al Foro, alle terme e agli altri edifici pubblici, a evidente testimonianza del potere e dell’influenza dei loro padroni.
Ma non sempre gli sforzi erano ripagati. Giovenale, nelle Satire, descrive la delusione dei clienti che avevano atteso l’invito tutto il giorno e uscivano a testa bassa dalla casa dei loro padroni perché “la speranza di una cena è per l’uomo la più duratura; ma il fuoco per i miseri cavoli dovranno comprarselo”.
Nell’ultimo periodo della repubblica, gli epula, grandi banchetti pubblici, esasperarono questa tendenza all’invito della plebe da parte dei magnati. In seguito, ai tempi dell’Impero, le clientele divennero più selezionate, ma non scomparvero.

sabato 15 giugno 2013

Archeologia nuragica a Mogoro: escursione al Nuraghe Cuccurada

Archeologia nuragica a Mogoro: escursione al Nuraghe Cuccurada
di Pierluigi Montalbano


Squilla il telefonino. L’amico Michele Lilliu, leggendario imprenditore agricolo della Marmilla, mi convince ad accompagnarlo in un’escursione a Mogoro, per conoscere Sandra, l’archeologa responsabile del Nuraghe Cuccurada, aperto i giorni scorsi per la fruizione pubblica con un’inaugurazione in grande stile che ha visto un parterre d’eccezione: con il soprintendente Minoja, a presentare al pubblico il poderoso nuraghe posto a controllo di un versante della Marmilla, sono stati gli archeologi Enrico Atzeni, Emerenziana Usai, Riccardo Cicilloni, mentre le visite guidate sono state curate da Sandra Carta e Giuseppina Ragucci.

Dal primo giugno l’area archeologica è visitabile tutti i giorni (escluso il lunedì) con apertura dalle ore 10 fino al 30 settembre. Dopo un breve colloquio con mia moglie Rita, convinco Sara, rientrata proprio ieri da Oxford dopo i corsi di inglese e fotografia, a partire con noi per scattare qualche foto del gigante bruno che si affaccia sopra la cantina mogorese. Yago, osservandoci in silenzio e scodinzolando, conferma la sua presenza alla gita, da buon cane nuragico. Di buon mattino giungiamo al sito, e parcheggiamo l’auto in una delle piazzole destinate ai turisti. Dal bordo dell’altopiano il panorama è a perdita d’occhio: dal Campidano a Monte Arci, con la sua pregiata ossidiana, i colori si susseguono senza soluzione di continuità.

Si distingue la SS 131 con le auto e i camion che sfrecciano, si fa per dire, spezzando il silenzioso equilibrio sonoro di questo immenso territorio che si apre verso l’oristanese. Una poderosa e antica muraglia, realizzata per terrazzare lo strapiombo, offre la possibilità di ammirare la valle in sicurezza, e constatare che i nostri antenati avevano buoni gusti nella scelta dei siti da antropizzare. A valle scorre il Rio Mogoro, testimone indelebile della necessità dell’acqua, per tutti i popoli e in tutte le epoche, garante principale delle possibilità di sopravvivenza delle comunità. Sara inizia a scattare qualche foto proprio quando arrivano Michele e Sandra, i nostri amici che “guideranno” la giornata. Una breve chiacchierata nella sala biglietteria, dove noto l’immancabile book shop, ancora avaro di pubblicazioni, e un bel bar in corso di approntamento, e la visita può iniziare.

La descrizione che segue è tratta dal mio ultimo libro “Sardegna, l’isola dei nuraghi”, nel quale dedico un settore alle schede di una trentina di nuraghi, compreso il Cuccurada.

venerdì 14 giugno 2013

I Flinstone in Sardegna.


I Flinstone in Sardegna.
di Marcello Onnis


Sembra proprio che sulla punta Tinny sia vissuta la famiglia Flintstone.
Peccato che ciò che cercavo, cioè le tracce evidenti di qualche forno di fusione per metalli, non si sono mostrate alla vista. Solo forni recenti, certamente utilizzati per succulenti barbecue gastronomici di gruppo. Tuttavia, il "segnale turistico" immortalato nella foto indica proprio la discarica e la strada in alto, sul lato a est del masso, e ha dei glifi coperti da licheni, che ovviamente non ho toccato.
La grande pietra in granito rosa misura poco meno di 1 metro cubo, ha un peso di circa 2,5 tonnellate (giuro che non l'ho messa io) e poggia su due pilastrini perfettamente orientati nella stessa direzione della "freccia".
Ho percorso il lato alto della discarica ubicato dopo le piazzole che abbiamo controllato martedì scorso con l’ispettore della soprintendenza, ma oltre quei cespugli non si nota la presenza di altre scorie.


Nel fitto sottobosco si notano alcune piazzole per carbonaie del tipo " Piemontese ". Ho controllato il lato opposto del ruscello senza risultati, anche lì non ci sono tracce di scorie.
Superata la strada in alto, ho percorso il bosco sullo stesso lato della discarica senza trovare scorie ma in compenso, in cima alla punta Tinny ho trovato il suddetto cartello turistico.
Non avete idea di che cosa si vede da lassù: il mare, Fluminimaggiore e le cime del monte Linas.
Finalmente ho potuto ammirare, pur se da lontano e grazie al teleobiettivo, la cima della Punta Fundu de Forru, meravigliosa.


Riflettendo sulla discarica, poiché nella zona alta non c’è un sentiero funzionale al trasporto del minerale, e poiché, come si può notare percorrendo il sito dal basso, i filoni della magnetite sono
perfettamente paralleli alla stessa discarica, non mi stupirei se nell'altro versante della discarica ci sia un'altra cava da cui hanno estratto il materiale che poi è stato fuso sulla stessa discarica.


La prossima volta che passo da queste parti, eseguirò un controllo più accurato.


Nelle immagini dall'alto: 
Il cartello in pietra con l'indicazione a "freccia"
Il barbecue per porchetti e agnelli.
Il punto trigonometrico di Punta Tinny 
Paesaggio minerario

giovedì 13 giugno 2013

Organizzazione e traffici al tempo dei metalli

Organizzazione e traffici al tempo dei metalli
di Pierluigi Montalbano


Miniere
La storia delle miniere coincide con quella delle civiltà umane, non solo nell’area dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo, ma anche di quelli che con questi commerciavano, consentendone lo sviluppo economico, politico e culturale.
La disponibilità delle risorse minerarie è stata una delle prime motivazioni dei commerci e delle migrazioni dei popoli, in particolare da quando iniziò l’età dei metalli, la cui utilizzazione è stata il motore dell’incremento delle tecnologie e delle conoscenze sui materiali. Tuttavia, mineralizzazioni fonti di materie prime, anche geograficamente lontane tra di loro, possono presentarsi non solo di aspetto simile, ma esserlo anche dal punto di vista mineralogico. Inoltre, al fatto che alcune delle loro caratteristiche possono cambiare durante il processo di fabbricazione, cioè nel passaggio da materie prime a manufatti, si deve aggiungere la necessità che avevano molti popoli alla miscelazione di metalli non solo di diversa natura per la composizione delle leghe (come rame e stagno per produrre il bronzo), ma anche dello stesso tipo per riciclare ad altro uso degli oggetti non più utilizzabili.
Per quello che riguarda il rame, le maggiori concentrazioni economiche di rame nell’antichità erano presenti soprattutto nelle isole di Cipro e della Sardegna.
Un problema ancora oggi dibattuto è l’eventuale presenza nelle aree prospicienti il Mediterraneo di minerali di stagno, che rappresenta l’altra componente necessaria alla fabbricazione del bronzo. Fino al 1700 a.C. lo stagno utilizzato nelle civiltà del Vicino Oriente arrivava dall’Afghanistan, lo stesso paese da cui proveniva il lapislazzuli. A cavallo fra Bronzo e Ferro, e poi anche in età romana, lo stagno proveniva dalle regioni atlantiche: Cornovaglia, Bretagna e Galizia.
Il rame, invece, era diffuso e importanti giacimenti si trovavano in Irlanda, Inghilterra, nella penisola iberica, nella Slovacchia, in Transilvania e nei Balcani. Le fonti citano le miniere di calcopirite di Cabrières presso Montpellier e di Mount Gabriel in Irlanda. Importanti erano i giacimenti di rame dell’Erzgebirge in Sassonia, e quelli nelle Alpi Orientali. Lo studio dell’antica miniera del Mitterberg ha permesso di ricostruire le tecniche estrattive, i processi del trattamento del minerale per ridurre il rame e di eseguire stime sulla quantità prodotta in un anno (circa 20 tonnellate), il numero dei lavoratori impiegati (180) e le dimensioni del disboscamento operato per alimentare le fornaci (8 ettari all’anno). Nel giro di pochi secoli, la produzione del bronzo s’intensifica e si articola fino a integrarsi nella vita quotidiana e nell’economia, ampliando in modo considerevole la gamma dei manufatti.
Attività
Fenomeni di ordine tecnologico, economico e sociale, provocati dallo sviluppo della metallurgia, creano società complesse, nelle quali avvengono differenziazioni sociali stabili. Si sviluppano città indipendenti caratterizzate da società articolate in classi di cui abbiamo testimonianza attraverso i resti materiali rinvenuti negli abitati, nei sepolcreti, nei ripostigli e nelle deposizioni cultuali.
Gli oggetti fabbricati durante questo periodo erano in prevalenza beni di prestigio rivolti a nuovi ceti emergenti. La creazione di una lega resistente e di facile lavorazione (il bronzo) determinò la produzione su larga scala di oggetti che consentirono una serie di miglioramenti economico-sociali quali il potenziamento dell'agricoltura, l'incremento demografico e la creazione di riserve di ricchezza da distribuire attraverso il commercio. L'importanza delle élites guerriere durante questi secoli è testimoniata dallo sviluppo delle armi e delle tecnologie militari, e nella tendenza a costruire imponenti fortificazioni. Nel corso del XIII a.C. crollano le civiltà degli Ittiti in Asia Minore, quella dei Micenei in Grecia, Troia viene distrutta e il decadimento coinvolge anche l'impero egiziano. Si assiste all'inizio di una grave recessione economica e culturale, dovuta all’incapacità di gestione dei traffici a lungo raggio.
Nell’area costiera libanese, l’elemento che evidenzia la nuova situazione è dato dai lavori in metallo: giare piene di oggetti in bronzo fra cui un grande numero di bronzetti raffiguranti degli uomini con gonnellino e copricapo e animali con corna. Inoltre, le esperienze costruttive viaggiano nel Mediterraneo fino alla penisola iberica, alla Sardegna e alle Baleari, in particolare a Minorca (l’antico nome di questa isoletta era Nura).

mercoledì 12 giugno 2013

Civiltà etrusca. La tomba dei “Saties”

La tomba dei “Saties”

La tomba dei Saties rappresenta uno dei più grandi patrimoni artistico-storico-culturali e, almeno fino ad ora, la più importante testimonianza tramandataci dagli Etruschi quale unica pagina della loro storia narrata da loro in prima persona attraverso gli affreschi dell’ipogeo.
L’archeologo Alessandro François la scopre casualmente nel 1857, poco prima di morire, mentre si dedica nelle vicinanze ad altri scavi su incarico ricevuto dal Principe Alessandro Torlonia, neo-proprietario delle tenute di Canino.
Di seguito si narra il racconto, della scoperta della tomba, di Alessandro François tratto dal bollettino dell’Istituto di corrispondenza Archeologica.

"...io mi trasferii nuovamente nella località di Ponte Rotto presso il fiume Fiora, e fatte nuove perlustrazioni arrivai ad un poggio di travertino, alle di cui falde furono ritrovati da S.A. il principe Luciano molti e ricchi sepolcri.
Salito sulla sommità di esso, il nudo travertino che da tutte le parti appariva, convincevami che non vi potevano essere sepolcri, quando in non lieve lontananza scopersi una lunga fila di annose querce, la di cui verdeggiante chioma era prova evidente di vegetazione floridissima, la quale non poteva derivare che da una polpa di terra assai profonda.

Avvicinatomi perciò a questo punto mi accorsi che purtroppo questa lunga fila di alberi doveva occupare la strada di un grande ipogeo, ed all’istante vi feci dar mano.
Poche zapponate bastarono a darci la certezza del mio pensiero, ed ordinai al caporale di fare scoprire tutta la lunghezza della strada, atteso che l’ipogeo doveva essere della massima importanza, ne bisognava lasciare inosservata nessuna parte di esso.

I miei ordini furono eseguiti fino allo scrupolo, e dopo due giorni di lavoro si potè desumere la lunghezza della strada in palmi 150, e la di lei larghezza di palmi dieci.

Dopo vari giorni di lavoro a 25 palmi dal principio della strada medesima comparve un ceppo sepolcrale di nenfro nero in una colonnetta quadrilatera che posava sopra una base quadra."

François si rende conto di essere di fronte ad una scoperta importante, si entusiasma, ma subisce una grande delusione quando si arriva all'ingresso di una tomba che sembra completamente sprofondata: nonostante questo continua a crederci, non si ferma neppure di fronte ai cumuli di nenfro (un tufo grigio-scuro compatto simile al peperino), fa scavare con caparbietà attraverso le macerie di quella che si rivelerà essere soltanto un'anticamera, costruita dai previdenti Etruschi per difendere la tomba vera e propria soprattutto dall’umidità, e quasi alla fine del lungo dromos viene premiato portando alla luce l’architrave della porta di accesso ad un ulteriore vano, inviolato!

..."Quando l'ultimo colpo di piccone atterrò la pietra che chiudeva l'entrata della cripta, la luce delle torce rischiarò le volte di una funebre dimora, il cui silenzio da più di venti secoli nessuno aveva turbato.
Ogni cosa laggiù si trovava nello stesso stato in cui era stata disposta il giorno nel quale era stata murata l'entrata e l'antica Etruria ci si rivelò in tutto il suo splendore.
Un'intera civiltà sorgeva, quasi fantastica visione, da un sepolcreto.
C'era da restare abbagliati. La stessa Pompei non aveva offerto uno spettacolo così imponente.
L’atrio si apre con le sue prime celle laterali con i corpi di giovani guerrieri - una, tre, cinque camere.
Coricati sui loro letti funebri i vecchi guerrieri etruschi colle loro armi indosso, sembravano riposarsi dalle fatiche di una battaglia allora allora guadagnata sopra i Romani o i Galli.
Per alcuni minuti vedemmo forme, vestiti, stoffe, colori; poscia a misura che l'aria della campagna penetrava nella cripta, tutto sparve. Fu come lo scongiuro del passato, il quale era durato lo spazio di un sogno e poi sparito, quasi a punirci della nostra sacrilega curiosità...poi un altro muro di separazione, altre due, tre camere, di cui l’ultima la più preziosa, con un ciclo pittorico. Questo monumento sepolcrale è superbo, di somma importanza scientifica, non tanto per la primitiva costruzione quanto per l’architettura, ma più di tutto per la bellezza delle pitture delle quali vanno adorne le pareti... essendo ciascuna figura munita di una iscrizione in etrusco... senza della quale circostanza si sarebbe creduto che questo sepolcro avesse appartenuto ad altra epoca… tanto belle da far rammentare i bei tempi del Botticelli e del Perugino.”


Fonte: www.tusciaromana.info

martedì 11 giugno 2013

Otzi, la mummia di Similaun

Otzi, la mummia di Similaun
di Mohamed Tharwat


Dopo la decodificazione del genoma di Otzi, la mummia ritrovata nel 1991 al confine tra Italia e Austria, un team di ricercatori dell'Accademia Europea di Bolzano (Eurac) e di altre istituzioni di ricerca europee segna un nuovo traguardo nella ricerca sulle mummie. Da un campione grande come la capocchia di uno spillo estratto dal cervello di Otzi, i ricercatori hanno potuto analizzare le proteine e ottenere così nuovi elementi sull'ipotizzato trauma al cervello. Nel 2007, analizzando la frattura cranica dell'Iceman, erano state individuate per la prima volta due zone più scure nella parte posteriore del suo cervello. Dopo aver eseguito la Tac i ricercatori avevano ipotizzato che un aggressore gli avesse assestato un colpo in fronte e che questo avesse fatto urtare il cervello contro l'occipite, causando l'ematoma evidenziato dalle zone scure. Questa ipotesi non era però ancora stata approfondita. Nel 2010, attraverso due piccoli fori già esistenti nella scatola cranica della mummia, erano stati estratti tramite endoscopia - quindi in modo non invasivo - due campioni di cervello, di pochi millimetri di spessore. La ricerca sulle proteine, in particolare, ha fornito molte informazioni inaspettate. I ricercatori hanno documentato una grande quantità di proteine del cervello e hanno rilevato anche globuli proteici. Inoltre, le analisi al microscopio hanno evidenziato la presenza di cellule neuronali in buono stato e di aggregati di cellule ematiche.
Questo ha dimostrato al team di ricerca che il campione prelevato è costituito effettivamente da tessuti cerebrali - strutturalmente riconducibili ad Otzi - e non da sedimentazioni accumulatesi nel corso dei secoli; questo significa che il cervello dell'Uomo venuto dal ghiaccio è conservato in condizioni straordinariamente buone. Inoltre, gli aggregati di sangue riscontrati nel campione portano ulteriori prove a sostegno dell'ipotesi che le macchie scure potrebbero essere degli ematomi che Otzi si è procurato prima della sua morte.
Se siano comparsi a causa di un colpo in fronte o di una caduta in seguito alla ferita da freccia, è ancora da chiarire. I risultati dello studio congiunto sono stati pubblicati da "Cellular and Molecular Life Sciences". In futuro, con questo metodo di ricerca sulle proteine verranno analizzati un campione dello stomaco di Otzi e diversi campioni di tessuti di altre mummie provenienti da tutto il mondo.
Al seguente link potrete leggere un articolo sul ritrovamento della mummia: http://pierluigimontalbano.blogspot.it/2011/02/otzi-e-vivo.html

lunedì 10 giugno 2013

Sulla rotta dei fenici: "Porti e approdi del Mediterraneo Antico"

I porti fenici del Vicino Oriente
di Pierluigi Montalbano


Le più importanti città portuali che si rilevano nelle terre orientali dei fenici sono Sidone, Tiro, Biblos e Beirut. Nella Bibbia e in Omero sono indicati col termine “sidoni” gli abitanti di quella fascia costiera, tuttavia già dal 1100 a.C. Tiro era una potenza economica e commerciale e iniziava a proiettarsi nell’Egeo. Secondo una fonte tarda, i sidoni fondarono Tiro dopo aver sconfitto i Peleset-Filistei insediati in Palestina. In realtà Tiro fu fondata nel III Millennio a.C., pertanto quella fonte è da intendersi come un temporaneo controllo amministrativo di Tiro da parte dei sidoni, non un’effettiva fondazione. Le vicende più intriganti del priodo di passaggio dall’età del Bronzo al Ferro, coinvolgono una serie di etnie, ricordate col nome di “popoli del mare”. Secondo le fonti in nostro possesso, una coalizione di quelle genti fu sconfitta dagli egiziani di Ramesse III che celebrò l’avvenimento con grande enfasi facendo scolpire sui bassorilievi dei templi la sua vittoria. In realtà sappiamo che i popoli del mare furono semplicemente bloccati sul Delta del Nilo intorno al 1175 a.C., e le varie etnie si fusero con le popolazioni delle province egizie.
Un impero che aumenta notevolmente d’importanza a partire dal XI a.C. è quello degli assiri, stanziati a nord-est del Libano. Alla costante ricerca di uno sbocco a mare, attaccarono a più riprese i popoli vicini e, dal IX a.C., diventano egemoni lungo la fascia costiera libanese. Una prima fonte cita gli assiri intorno al 1100 a.C. quando il re organizza una spedizione di pesca nella costa durante la quale riscuote i tributi che i piccoli regni costieri pagavano per garantirsi l’indipendenza, o meglio la sopravvivenza.
Un’altra testimonianza dell’XI a.C è il racconto di Wenamun, sacerdote di Amon a Karnak e ambasciatore di un sovrano egizio, che si reca a Biblos per dei rapporti commerciali che prevedevano una fornitura di legno di cedro per costruire navi. L’autore racconta che il re di Biblos (Zakarbaal) fece aspettare l’inviato fuori dal porto di Dor, governato dal principe Beder degli Tjeker, per vari giorni poiché il sovrano non si sentiva subordinato al faraone. Inaspettatamente, Wenamun viene derubato, e non può far fronte alla richiesta di pagamento inoltrata dal re. Chiese di poter far fronte all’impegno in seguito, ma fu invitato dal re a farsi inviare altro denaro dal faraone. Dopo un’attesa di quasi un anno a Biblos, tentò invano di ripartire verso l’Egitto, e s’imbarcò per Alashiya (Cipro) sfuggendo alla folla inferocita che voleva ucciderlo per il tentativo di frode che aveva tentato. Da questa testimonianza, si deduce che Biblos, Cipro e Dor erano in mano a genti dei popoli del mare. Evidentemente le città fenicie avevano riconquistato l’indipendenza dall’Egitto. Dor fu violentemente distrutta alla metà dell’XI a.C. per far posto a un insediamento di Tiro.
Abbiamo altre notizie di commerci di Tiro. Si tratta di ceramiche di pregio del 1000 a.C., rinvenute a Cipro nella necropoli di Palaepaphos. Il loro inquadramento cronologico precede di quasi due secoli la data di fondazione della colonia di Kition a Cipro (820 a.C.). L’isola era ricca di rame, e già dal XI a.C. Tiro si riforniva di questo metallo per fonderlo con lo stagno e ottenere il bronzo. Spostandoci verso ovest, abbiamo tracce di rapporti commerciali con Creta, dove Tiro acquisisce nell’XI a.C. materie prime e prodotti lavorati. Tiro possedeva legname in gran quantità ma doveva procacciarsi metalli e risorse agricole, scarse a causa del clima arido e della mancanza di terra fertile. Nei periodi di carestia, la popolazione si spingeva progressivamente verso la costa e la città dovette far fronte al sovrappopolamento. Grano, orzo, olio e altre derrate alimentari provenivano da sud, da quello che sarà poi il regno di Israele, il territorio fertile più vicino e accessibile.